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Giovedì, 04 Gennaio 2018 13:06

Il futuro Apple Watch sarà amico del cuore!

Apple sarebbe impegnata nello sviluppo di una nuova generazione di Apple Watch con miglioramenti significativi sul fronte delle misurazioni biometriche. Un futuro smartwatch della Mela sarebbe in grado di tenere sotto stretto controllo il ritmo del battito cardiaco, permettendo quindi di riconoscere la comparsa di irregolarità con rischi di infarto o aritmie

Apple Watch è in realtà già dotato di un sensore per il monitoraggio del battito, ma a quanto pare in futuro la tecnologia sarà molto più sofisticata e utile dal punto di vista pratico: lo smartwatch prossimo-venturo sarebbe in grado di fare un vero e proprio elettrocardiogramma, raccogliendo e analizzando i dati corrispondenti agli impercettibili stimoli elettrici che accompagnano il battito al pari di come questi vengono analizzati con gli elettrodi di un ECG classico.

Facendo leggermente pressione sullo smartwatch, quindi, gli utenti avrebbero modo di tenere sotto controllo la salute del loro cuore e di fornire dati preziosi al medico curante, un comportamento che potrebbe anche costituire un salvavita per i soggetti più a rischio.Lo smartwatch con ECG è l'ennesima riconferma - al momento ufficiosa - delle intenzioni di Apple di investire forte sulla biometria per i suoi gadget indossabili, una tendenza non nuova nell'industria visto che ci sta pensando persino la nipponica Nintendo.

Per ora, dal punto di vista ufficiale, il monitoraggio del battito cardiaco è un soggetto su cui Apple sta ancora "studiando" grazie a una recente partnership con la Stanford University. Misurazioni più sofisticate necessiteranno prevedibilmente di nuovi componenti hardware e software rinnovato.

Fonte: Puntoinformatico

Samsung Electronics è una società attenta al cambiamento e disposta ad offrire potenzialità innovative in ogni moderno settore tecnologico. Ad ogni modo, proprio a causa di un ecosistema complesso che vede in prima linea il coinvolgimento dei segmenti TV, smartphone, tablet, automotive, wearable, software development e chipmaking spesso e volentieri ci si trova a fare i conti con dei ritardi importanti, tra i quali il più eclatante è senz’altro quello relativo al rilascio delle soluzioni software Samsung Pay il cui rilascio previsto già nel 2017 in Italia è slittato all’inizio del 2018.

Apple Pay, nel frattempo, è già giunto in Italia da qualche mese accumulando un certo vantaggio dovuto alla facilità di gestione delle transazioni interattive semplificate e da un sempre crescente numero di nuovi istituti abilitati ai sistemi di pagamento rapido intelligente della società di Cupertino.

In Italia, Samsung ha fatto senz’altro registrare un certo ritardo nel roll-out degli aggiornamenti per le proprie piattaforme Smart di e-payments, allo stesso modo di quanto avvenuto in occasione dell’annuncio delle nuove funzionalità software Samsung Bixby che sarebbero dovute giungere ottimizzate in concomitanza a queste ultime già con l’esordio degli ultimi smartphone della line-up Galaxy S8.

Comunque sia, la società ha finalmente previsto una data effettiva per il rilascio del sistemi preannunciando così una sfida che si prospetta decisamente interessante nei confronti del rivale Apple. Come abbiamo già avuto modo di vedere in anteprima, il funzionamento delle piattaforme Samsung Pay ruota attorno all’utilizzo delle soluzioni di comunicazione interattive NFC (Near Field Communication) che consentono di effettuare i pagamenti semplicemente mettendo in contatto il retro del nostro smartphone con il POS abilitato alla ricezione del denaro virtuale.

L’acquisizione di LoopPay nel 2015 da parte della società sudcoreana ha consentito poi di beneficiare di un nuovo layer di utilizzo intelligente che ha introdotto contestualmente l’uso dei sistemi MST (Magnetic Secure Transmission) i quali applicano il principio della variazione del campo magnetico per la trasmissione in sicurezza delle informazioni digitali tra terminali.

Rispetto ad Apple Pay il vantaggio è oltremodo tangibile, e si traduce nel semplice fatto che l’identificazione consente di assimilare l’utilizzo del terminale alla stregua di una vera e propria interazione con carta di credito. Il tutto, quindi, va a garanzia di una compatibilità estesa ad ogni genere di POS in circolazione.

Diversa, invece, la situazione per quanto concerne il range di compatibilità degli smartphone e dei dispositivi indossabili in prima battuta, che segue una lista ben precisa indicata dalla società sudcoreana all’interno del suo portale ufficiale di riferimento. Nello specifico, Samsung Pay sarà nativamente e pienamente compatibile con i seguenti sistemi Smart:

Compatibilità Samsung Pay Smartphone

  • Galaxy Note 8
  • Galaxy S8 e Galaxy S8+ Plus
  • Galaxy S7 Edge e Galaxy S7 Standard
  • Galaxy S6 Edge+ Plus, Galaxy S6 Edge, Galaxy S6 Standard, Galaxy S6 Active
  • Galaxy Note 5

Compatibilità Samsung Pay Wearable

  • Gear S3 Classic e Gear S3 Frontier
  • Gear S2 (soltanto la versione con chip NFC)

Ad ogni modo, un recente rapporto del Korea Herald ha anche indicato la possibilità di estendere l’utilizzo delle funzioni ad ulteriori terminali appartenenti al brand equipaggiati con chip NFC, anche se in tempi recenti si sono sollevate importanti indiscrezioni anche in merito al rilascio dei nuovi sistemi per device non appartenenti al costruttore sudcoreano ma che rientrano nell’ambiente operativo di utilizzo Android.

L’obiettivo della società è piuttosto chiaro: ingaggiare una funesta battaglia con il rivale Apple che di certo non si lascerà sfuggire l’occasione di far valere i propri interessi economici in un mercato che sta certamente cambiando a favore di un’interattività semplificata all’estremo limite.

Voi che cosa ne pensate di questi nuovi sistemi di pagamento? Siete pronti ad abbandonare il contante e tutte le carte di credito fisiche che negli anni si sono accumulate nel vostro portafogli? Spazio a tutti i vostri personali commenti ed a tutte le considerazioni sull’argomento.

Maggiori informazioni sul http://www.samsung.com/global/galaxy/samsung-pay/'); return false;">portale ufficiale del progetto Samsung Pay.

Fonte:https://focustech.it/samsung-pay-italia-ingaggera-battaglia-apple-pay-partire-dal-2018-150580?utm_source=onesignal&utm_medium=notification

Martedì, 17 Maggio 2016 10:26

Tech da indossare, Xiaomi scalza Apple

ROMA, 16 MAG - Cresce il mercato mondiale dei dispositivi indossabili, smartwatch ma non solo, con la cinese Xiaomi che scalza Apple e vola in seconda posizione dietro ai gadget per il monitoraggio del fitness di Fitbit. A scattare la fotografia è il bollettino di IDC con i dati relativi alle consegne globali del primo trimestre del 2016. Secondo la società di ricerca nei primi tre mesi dell'anno sono stati consegnati 19,7 milioni di dispositivi, in aumento del 67,2% rispetto allo stesso periodo di un anno fa.
    Fitbit è la regina del mercato, soprattutto grazie alle sue linee di braccialetti per il fitness: ha una quota del 24,5% delle consegne nel mondo. Xiaomi, spesso soprannominata la "Apple cinese", ha superato proprio la compagnia di Cupertino piazzandosi al secondo posto con il 19% del mercato grazie ai suoi modelli "low cost" di gadget per il fitness. Al terzo posto Apple con il 7,5% del mercato.
    Gli analisti evidenziano un mercato in espansione, ma che sta al contempo diventando molto "affollato" e il successo non è quindi assicurato per tutti.
    Nel segmento degli smartwatch - che hanno registrato consegne per 3,2 milioni di dispositivi (raddoppiate rispetto a un anno fa) - Apple è al top grazie ai suoi Apple Watch con una fetta di mercato del 46%, seguita da Samsung (20,9%), Motorola (10,9%) e Huawei (4,7%). Per quanto riguarda i dispositivi indossabili "basic", quelli tipo i braccialetti fitness che non contemplano l'uso di app di terzi, le consegne sono state di 16,4 milioni di dispositivi (+65,1%). In questo segmento dominano i gadget di Fitbit (29,4% del mercato), Xiaomi (22,8%) e Garmin (5%).(ANSA).

Mentre sempre piu' produttori implementano la tecnologia force-touch sui loro device per rendere gli schermi sensibili alla pressione delle dita - Apple la chiamata Touch 3D - richiedendo all'utente di esercitare un certo tipo di forza sullo schermo dello smartphone per avere accesso a specifiche funzioni correlate, Microsoft sta lavorando ad una tecnologia contraria, chiamata Pre-Touch. Il progetto viene descritto nel documento "pre-rilevamento tattile per l'interazione mobile". Immaginate un dispositivo mobile che anticipa in modo intelligente le possibili azioni prima di toccare lo schermo: questo è ciò che promette la tecnologia Pre-Touch.

Si tratta di una soluzione sperimentale, al momento, ma il Pre-Touch a cui Microsoft sta lavorando non rende necessario esercitare un tipo di pressione sullo schermo per accedere a determinate funzioni. Infatti, il Pre-Touch di Microsoft funzionerebbe come la funzionalità chiamata Air Command e usata da Samsung nei suoi device con S-Pen.

La S-Pen di ultima generazione di Samsung è in grado di gestire un menu universale in Action Memo, Scrapbooker, Screen Write, S Finder e Pen Window tramite Air Command, con cui è possibile completare diverse attività in modo semplice, solamente cliccando sul pulsante della S Pen, mentre si gestisce un menù specifico nella Galleria, nella posta elettronica e in S Note. Con un unico pulsante si puo' evitare di cercare avanti e indietro tra le schermate, perché tutte le funzioni utili sono subito messe a disposizione sempre.

Tuttavia, Air Command risponde solo allo stilo, mentre la tecnologia di Microsoft prevede il movimento delle dita sopra lo schermo dello smartphone - senza toccarlo fisicamente. Ad esempio, un videoplayer potrebbe mostrare i controlli non appena si avvicina il dito allo schermo, prima di toccarlo. Sempre in questo esempio, se l'algoritmo rileva che l'utente sta tenendo il dispositivo in una mano, in orizzontale, i controlli possono essere mostrati solo nella parte destra o sinistra a seconda di dove si impugna il telefono consentendo l'accesso alle funzioni del player più facile.

La principale differenza tra Force-Touch e Pre-Touch è dunque la seguente: se nel primo caso il software entra in funzione dopo il contatto di un dito con lo schermo e da lì si misura quanta pressione viene esercitata, nella soluzione di Microsoft il software riconosce i movimenti e la distanza del dito sopra lo schermo, prima del contatto fisico.

Nella descrizione del video caricato dai ricercatori di Microsoft su Youtube si legge: "Una nuova ricerca utilizza la capacità di un telefono cellulare di percepire come si sta impugnando il dispositivo, così come quando e dove le dita si avvicinano ad esso, per adattare l'interfaccia al volo.".

La tecnologia Pre-touch utilizza "le mani come una finestra per la mente", ha detto il ricercatore Hinckley nel blogpost. "Permettendo alle interfacce di adattarsi [all'utente], al volo, sono sempre adattate al contesto specifico di come si sta attualmente utilizzando il telefono.". "Credo che abbia un enorme potenziale per il futuro dell'interazione col cellulare", ha detto Hinckley. "E lo dico come una delle prime persone ad esplorare le possibilità di usare i sensori sui telefoni cellulari, tra cui la capacità ormai onnipresente di percepire l'orientamento e auto-ruotare lo schermo."ANSA

Nel processo contro Boettcher l'esperto informatico del tribunale riesce a estrarre il contenuto dell'iPhone. Un caso simile a quello di San Bernardino

Milano - Software israeliani, hacker «buoni», Apple e i suoi sistemi di protezione: il capitolo più nero della cronaca milanese degli ultimi anni, quello delle aggressioni seriali con l'acido, diventa un caso di intelligence informatica. Al centro c'è un iPhone da violare per estrarre i segreti di un imputato.

Un rompicapo simile ha messo l'Fbi di fronte al muro del colosso tecnologico, che si rifiuta in nome della privacy di sbloccare il telefono di uno dei terroristi della strage di San Bernardino. Da noi però il rebus è stato risolto, grazie all'abilità di un perito e anche a un ostacolo un po' più aggirabile. Siamo al processo contro Alexander Boettcher, accusato di aver sfregiato con il liquido letale - insieme all'ex amante Martina Levato - Stefano Savi e di aver tentato di fare lo stesso a Giuliano Carparelli. Mattia Epifani, perito informatico incaricato dal tribunale, rivela come ha «craccato» l'iPhone sequestrato.

Il broker immobiliare non ha mai fornito il Pin. «Per aprire il dispositivo e accedere ai dati - spiega l'esperto genovese - abbiamo utilizzato un software fornito da un'azienda israeliana che ha sede a Monaco, la Cellbrite. In questo modo abbiamo potuto estrarre dati, video, foto, conversazioni in chat». La copia del materiale, una mole di circa dieci giga, è stata consegnata al consulente tecnico della difesa Mariano Pitzianti e a quelle delle parti civili Maria Pia Izzo ed Eva Balzarotti. Al momento di recuperare le e-mail dal telefonino però si è presentato l'ostacolo opposto dal costruttore. «Apple - continua Epifani - non ci consente di essere padroni del telefono e di avere a disposizione tutti i dati. Per avere accesso alle e-mail, avremmo dovuto violare il loro sistema di protezione. Si tratta di una polemica molto attuale».

Ma in questo caso, a differenza di quello californiano, non serve il nulla osta di Tim Cook. L'iPhone 5, e il sistema operativo che utilizza (Ios 8 e non Ios 9), è già «vecchio». È quindi possibile violarlo anche per ottenere le e-mail, utilizzando la procedura chiamata jailbreak, che con software di hackeraggio comunemente usati in ambito forense riesce a «rompere» le barriere che schermano i dati. Per ora si deciso di non applicare la misura estrema, che potrebbe compromettere il dispositivo e renderlo inutilizzabile in futuro. Il «reperto 26» è ora quasi totalmente a disposizione delle parti. Si aggiunge al «14», cioè il backup dello stesso smartphone fatto sul pc dell'imputato ma che si ferma al 19 settembre 2014. Cioè prima della serie di aggressioni con l'acido. Ieri è anche emerso che nel gennaio 2015, dopo l'arresto dell'uomo, qualcuno avrebbe cancellato dal computer molte cartelle.

Alcune, ha spiegato il legale di Carparelli, Paolo Tosoni, contenevano «foto di Barbini». Oltre ad alcuni screenshot delle conversazioni tra Boettcher e la Levato su Barbini. Per l'avvocato, «è la conferma della partecipazione di Boettcher agli agguati e del suo ruolo». Ma cosa contiene il cellulare di Alexander? Il materiale deve essere ancora scandagliato del tutto, ieri però in aula gli avvocati delle parti civili hanno depositato i primi estratti. Uno certifica le ricerche fatte sul web dall'imputato riguardo agli effetti dell'evirazione e ai coltelli più adatti per infliggerla. Siamo al 20 maggio 2014, nelle ore in cui la Levato avrebbe tentato di evirare Antonio Margarito.

In un filmato invece si vede Boettcher che marchia a fuoco Martina in diverse parti del corpo. Infine una chat che è quasi una confessione. Nelle ore successive all'aggressione di Carparelli Alexander scrive a un'amica: «Hanno provato a rubarmi il telefono in strada, mi sono preso un pugno e per rincorrerlo sotto la pioggia mi sono allagato». È la dinamica, naturalmente reinterpretata, dei fatti di via Bixio.

Fonte: Il Giornale

Sabato, 27 Febbraio 2016 09:31

Perché Apple dice no all’Fbi

La richieste del governo di scrivere un software per aggirare le protezioni dell’iPhone viola la libertà di espressione. Si alza il livello dello scontro tra i federali e l’azienda di Cupertino.

In quella che si appresta ad essere una lunga battaglia mediatica e di consenso tra Apple e l’Fbi, ieri è arrivata la prima risposta dell’azienda nell’arena legale. Per chi non fosse aggiornato, ricordiamo che qualche giorno fa un giudice federale ha chiesto alla Mela morsicata un aiuto per sbloccare l’iPhone di Syed Farook, uno degli attentatori di San Bernardino (morti nello scontro a fuoco). Il fatto è che per la Apple si tratta ben più di un aiuto bensì di scrivere un sistema operativo apposito capace di disinnescare i sistemi di protezione costruiti negli anni dalla stessa azienda a tutela dei suoi telefonini (lo avevamo spiegato qua) e se non siete al corrente dei dettagli della richiesta leggete lì prima di proseguire, perché in questo caso gli aspetti tecnici sono rilevanti per capire le questioni politiche in gioco). 

Cosa dice ora Apple in tribunale? In pratica l’azienda si oppone(qua la sua mozione) sostenendo che la richiesta violerebbe il suo diritto alla libertà di espressione e quindi la Costituzione americana, oltre ad essere una forzatura di una legge vecchia di 227 anni (L’All Wrists Act), su cui si basa la richiesta del magistrato, è del glorioso anno 1789. E in sostanza dice che un giudice, se necessario e appropriato, può ordinare a qualcuno di fare qualcosa per aiutare l’esecuzione di un’ordinanza o di un mandato, anche se il tipo di azione non è esplicitamente definita dalla legge). 

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Sì avete capito bene, libertà di espressione, free speech. Come è possibile? I legali della Mela dicono che il software, e scrivere codice, sono una forma di libertà di parola ed espressione, come tale protetta dalla Costituzione americana che, come è noto, tutela questo diritto più di altre. Il Primo Emendamento, quello che sentiamo sempre citato nei film e di cui gli americani vanno giustamente fieri. Bene, la posizione della Apple è che, così come il governo non può obbligare un giornalista a scrivere una storia - esempio citato dalla testata Bloomberg in una analisi giuridica del caso - non può nemmeno costringere Apple a scrivere un sistema operativo apposito con la funzione di indebolire la sicurezza dei suoi prodotti. 

 Difesa debole ed astratta, quella del Primo Emendamento? Di sicuro su questa vicenda Apple intende volare alto. Anche perché il caso che le è stato sottoposto ha a che fare con un crimine così odioso (una strage) che rischia di mettere l’azienda nell’angolo agli occhi dell’opinione pubblica: “Perché non ci aiuta contro i terroristi?”, si chiedono in molti. La risposta della Apple è che in gioco c’è molto di più (e che laddove poteva aiutare lo ha sempre fatto, ma che appunta questa volta è diverso). 

 C’è un precedente in realtà riguardo alla questione della libertà di espressione. Negli anni ‘90 uno studente della University of California di Berkeley, Dan Bernstein, scrisse per una sua ricerca un programma di cifratura che voleva rendere pubblico. Ma, per le leggi federali dell’epoca, un programmatore doveva ottenere una licenza per pubblicare simili strumenti (la crittografia era appunto regolamentata dallo Stato, e quel periodo di tensioni fra governo e ricercatori è noto come la prima criptoguerra, persa alla fine da Washington; secondo alcuni commentatori, ora saremmo nel pieno della seconda). Al giovane allora l’autorizzazione fu negata. Si andò allo scontro legale e nel 1999 un tribunale di San Francisco diede ragione al ragazzo: per la prima volta veniva stabilito che il codice era protetto come la libertà di parola e lo studente poteva condividerlo liberamente. Va detto che in altri casi i giudici non hanno sempre applicato le protezioni del free speech al codice. Ma insomma la questione è aperta. 

“La richiesta del governo sottopone Apple a un onere senza precedenti e viola i diritti dell’azienda garantiti dal Primo Emendamento”, scrivono i legali di Apple. La libertà di espressione come è intesa dalla Costituzione americana include infatti sia la decisione di dire qualcosa (restando nel caso in questione, la libertà di scrivere codice) sia la decisione di non dire qualcosa (e quindi di non essere obbligati a dire qualcosa, o come la intendono i legali di Apple, a scrivere un sistema operativo). 

E qui arriva forse l’aspetto più interessante della difesa/contrattacco di Apple. Se passa la linea del governo, scrivono i suoi avvocati, individui e aziende diverrebbero vulnerabili a una illimitata gamma di direttive governative: “In base alle stesse teorie legali sostenute dal governo, lo stesso potrebbe voler forzare i cittadini a fare tutta una serie di azioni ritenute “necessarie” per assistere indagini di polizia. Ad esempio, «obbligare aziende farmaceutiche a produrre iniezioni letali contro la loro volontà per eseguire una condanna a morte o richiedere a un giornalista di creare una storia falsa per aiutare le forze dell’ordine a ingannare un latitante». 

Dopo tanto dibattere, abbiamo ora anche una prima stima del carico di lavoro richiesto alla Apple, almeno secondo i suoi legali: per ottemperare all’ordine del governo sarebbe necessaria una squadra che comprenderebbe fino a 10 ingegneri e altri dipendenti impegnati per un mese. Ma, scrive Apple, accettare questa specifica richiesta spalancherebbe le porte a centinaia di altre, obbligando l’azienda a creare una sorta di dipartimento di hacking al servizio del governo. A cui domani potrebbe essere richiesto di scrivere software per far accendere di nascosto la videocamera o il microfono dell’iPhone di un utente. Insomma, di produrre e firmare del malware mirato per i propri prodotti. 

 Da questo punto di vista, sul fatto cioè che non si tratti di un solo telefono, la Apple parla a ragion veduta. Sappiamo che ci sono già in coda oltre una decina di richieste simili che riguardano iPhone e iPad nei tribunali americani. La differenza con questa ultima è che l’Fbi ha scelto di non mantenere privata la propria richiesta, ma di andare a uno scontro pubblico, capitalizzando sulla gravità del caso (l’uccisione di 14 persone). Scontro che Apple, regina del marketing, ha accolto mettendo in campo le proprie capacità comunicative ed ergendosi a paladina della privacy ma soprattutto della stessa sicurezza sul lungo termine dei suoi utenti. Anche se, come nota qualcuno, il fatto che questa sicurezza sia proiettata nel futuro, e non facile da dimostrare in concreto, gioca a sfavore dell’azienda agli occhi di quei cittadini preoccupati dal terrorismo oggi. 

 A sostenere il colosso di Cupertino, oltre a quasi tutti i difensori dei diritti digitali e a una ampia schiera di ricercatori di sicurezza e crittografi, si sono aggiunte importanti aziende. Secondo Reuters, Google, Facebook, Twitter e la stessa Microsoft (nonostante il suo ex-boss Bill Gates si sia in parte pronunciato in favore delle posizioni dell’Fbi sottoporranno delle relazioni a sostegno di Apple. Se così fosse, si avrebbe per la prima volta un interessante scontro ideologico fra la Silicon Valley e il governo Usa sui confini dell’autorità statale rispetto alle possibilità offerte dalla tecnologia e al suo rapporto coi produttori/fornitori della stessa. E il caso è importante sul livello giuridico proprio perché su quello tecnologico potrebbe anche essere risolto a breve, se è vero che Apple - che vuole svincolarsi dall’obbligo e dall’imbarazzo di dover in qualche modo aprire i propri telefoni ai governi, oggi quello americano domani quello russo o cinese - starebbe già lavorando a dei telefoni del tutto inaccessibili (per cui la soluzione del software scritto ad hoc non funzionerebbe). La prima udienza sul caso è attesa per il 22 marzo. Ma sarà probabilmente solo il primo round di un lungo match legale e mediatico. L’ad Tim Cook si è detto pronto ad andare fino alla Corte Suprema. 

 

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